Pieve San Mauro
L’arciprelato di San Mauro martire
Al Momento del passaggio dalla signoria trevigiana a quella veneziana la pieve di San Mauro di Noventa era la parrocchia più estesa fra quelle soggette alla diocesi di Treviso , comprendendo non solo il territorio comunale, ma quello oggi ripartito fra le molte parrocchie di San Donà, Fossalta, Musile e Zenson. Il mutamento politico non portò nessuna variazione nella giurisdizione religiosa, l'immenso prestigio e l'enorme autorità morale di cui continuarono a godere i parroci Noventani, massima autorità religiosa di una zona così vasta. Prestigio ed autorità che non scemarono con il distacco della parrocchia di San Donà (1480) e quella di Musile (1573) .Più documenti, sia da parte civile che religiosa, attestano lo zelo con cui i parroci svolsero le molte e delicate mansioni inerenti il loro ministero, compito di una tal mole da richiedere per assolvere di essere coadiuvati da più sacerdoti (cappellani), indispensabili per esercitare in modo continuo e esemplare la cura pastorale in una parrocchia tanto grande da venire paragonata ad una piccola diocesi. Pur esulando la giurisdizione della pieve dai confini comunali fu in Noventa capoluogo che ebbe essa il cuore: qui si svolse ogni suo maggior evento e da qui mosse ogni sua iniziativa. Centro di tutta la vita religiosa della pieve fu l'antichissima chiesa di San Mauro, il cui fabbricato si ergeva armonioso e raccolto pur nella severa linea architettonica ispirata al più puro stile romanico. E' probabile che il tempio primitivo, risalente all'XI secolo, sia stato oggetto di restauri nel corso del tempo; in particolare immediatamente posteriore all'invasione Ungara del 1411, durante la quale furono danneggiate quasi tutte le chiese del circondario. Infatti le più antiche visite pastorali (1467, 1500) non segnalarono nessun cedimento o deterioramento della sua secolare struttura. La visita pastorale del 1500 rileva che sino a quel momento il tempio era privo di campanile, carenza che fu colmata nel 1511 con la costruzione di una torre campanaria, a base quadrata ed alta 45 mt, opera di uno dei celebri maestri Comancini del tempio: mastro Giorgio de Marcho, Vallis Lugani, diocesis Cumanae. Nel 1559 la chiesa fu profanata da un furto sacrilego, gesto di cui ci è ignoto ogni particolare tranne il fatto che rese necessaria una riconsacrazione del luogo sacro, avvenuta nel 1562. Poco dopo ( 1568) la chiesa fu oggetto di un primo ampliamento, di cui non vi è altra indicazione all' infuori della sua esigenza dovuta all'aumento della popolazione. Probabilmente i lavori non ebbero esito soddisfacente in quanto venne eseguito un secondo rifacimento (1582-1593) in proporzioni tali da poter essere considerato una vera e propria ricostruzione. Al corpo preesistente furono addossate due navate laterali, di altezza inferiore e con il tetto avente le capriate in vista e un sole spiovente. Le modifiche si raccordarono con l'architettura generale del tempio aumentandone la maestosità, effetto particolarmente evidente nella nuova facciata. Durante il rifacimento venne anche attuata l'apertura sul lato destro del fabbricato di un artistico portale (poi detto porta dei Furlani), opera di un sommo artista: Jacopo Sansovino. Nella stessa occasione venne istallato nel presbiterio un coro, con gli stalli in noce massiccio e finemente intagliati ad opera di un'altro insimo artista: il Brustolon. Il tempio era stato appena ricostruito allorchè fu danneggiato dalla terribile inondazione causata dal Piave nel 1601, sicchè fu consacrato solo nel 1610 come rileva un altra iscrizione posta nell'abside: <> Da quel momento la calda generosità dei Noventani fece si che la loro chiesa si arricchisse di opere d'arte di notevolissimo valore, di cui, per brevità, elencheremo solo le maggiori. Sull'altare maggiore fu collocata una grande pala centinata, opera di Palma il Giovane, rappresentante nella parte superiore la vergine ed in quella inferiore San Mauro fra San Pietro, San Paolo, San Luca e San Giovanni. Opera dello stesso maestro fu pure una pala posta sull'altare del Crocefisso e raffigurante Santa Maria Maddalena, San Francesco e San Matteo ai piedi di Gesù in croce. Venne dipinta da Girolamo di Santa Croce una tela con il battesimo di Gesù nel Giordano, fronteggiando un'altra pala ispirata allo stesso soggetto, ma realizzata da un allievo di Paolo Veronese. Invece furono eseguiti da Andrea Celesti le due grandi tele poste ai lati del coro (l'ultima cena e la moltiplicazione dei pani e dei pesci)ed infine le porte dell'organo furono ornate da dipinti, che riproducevano scene dell'antico testamento, attribuiti alla scuola del Veronese. Di grande interesse era pure il ricchissimo corredo di paramenti, di piviali, di stole e di pianete (tessuto a mano e finemente decorato); corredo dovuto alla calda generosità con cui i fedeli Noventani andavano via via impreziosendo il loro tempio. Generosità che si espresse anche nel corredarlo di un vero e proprio tesoro formato da suppellettili ed oggetti sacri,tutti in oro od in argento massiccio ed artisticamente cesellati. Un 'idea della grandezza di questo patrimonio viene dalla constatazione che alla fine del XVIII secolo le argenterie della chiesa avevano raggiunto un peso globale di circa 25 Kg. ; in questo autentico tesoro spiccava le 3 Carte Glorie, di felice composizione pur nelle ridondanze tipiche di un opera di fattura barocca, ma sopratutto emergeva la stupenda croce astile argentea, vanto della parrocchiale Noventana. L'opera, di squisita fattura, fu modellata alla fine del secolo XIV, recando evidenti impronte del periodo di transazione fra lo stile bizantino e quello gotico. La parte anteriore della croce, dominata dalla figura centrale del Cristo, porta l'impronta dura dello stile gotico primitivo, prevalentemente nella rappresentazione alle estremità delle braccia dei simboli degli evangelisti, in argento sbalzato con i fregi lavorati a cesello e ad uncino.
